Si fa nebbia il cielo notturno qualche croce brilla qualche croce scricchiola. Si fa ruggine lo sguardo di un chiodo qualche sogno è trafitto qualche sogno sfugge. Si fa buio nelle alternanze delle curve tra una luce ed una voce. Due assi di legno verde ad incrociarsi due assi senza chiodi.

 

 

A.Graziano

Mi chiedi di scrivere di te e di me. Di noi con lei. Delle sue assenze tra le distanze. Delle sue e le nostre speranze. Mi fermo e guardo le ombre disegnate. Tra le finestre socchiuse di questi cieli. Dietro i vetri dei raggi degli specchi di azzurro. Tra le colline e le reti stese sul trabucco. e del silenzio che si culla abbracciato dipano i fili appesi al vento. Mi chiedi di scrivere di te e di me. Un giorno ricopierò i ricordi in bella.

Se Dio volesse Mi porterebbe a te Anche sotto la pioggia.

Invece se ne sta lì Seduto a rimirarsi. Sotto il suo ombrello.

Non avevamo altro. Il mare. E il silenzio. Dello scrocchiare sotto i piedi rimane il senso dell’equilibrio e lo stupore di un cielo pacato e benevolo.

Non c’è spazio ne silenzio in questo muscolo di sangue e veleno. La stanza dei ricordi dismessi la finestra dei tramonti spezzati. Non c’è spazio ne possibilità tra le sclerosi e le necrosi. Solo pareti schizzate di parole strozzate tra le inferriate ben custodite e vane. Nell’inutilità di sogni sognati...

Chiamo il tuo nome che' tu possa ricordare.

Ogni passo ogni goccia di blu di trasparenze.

Chiamo persino il mio nome per essere certo che tu esista.

Ogni bacio ogni lacrima tra i blu e il vento.

Sono questi i giorni di dolore e i giorni che si scrostano unghia ad unghia.

Sono i giorni da ricordare quando del tempo rimarrà qualche orma.

E venirti a cercare una impresa titanica.

Un sobbarcarsi respiri e sospiri per trovarti ancora.

Ti cercai tra i fiori di plastica

Nei vasi ossidati dei cimiteri stanchi.

Ti cercai nei cerchi di tronchi appassiti come le rose a primavera inoltrata.

Ti pensai dove la mente non arriva mai e quando ci arriva ci arriva assetata.

Sono giorni da dimenticare se non sbriciolati tra il pane raffermo e i singhiozzi dei passeri Furtivi e ingenui angeli caduti da ali più grandi ai bordi dei sentieri scavati senza mani.

È morte la tua mano liscia,lucida e trema se guardi nei miei occhi.

È scatola di pietra e marmo il cuore frantumato al cielo.

C'era un dio in ginocchio non lo vedesti.

C'era un dio pregante non lo sentisti.

C'era un dio altrove lo nascondesti.

Sotto la sabbia,sotto la terra senza acqua senza pane.

Sotto il fango,sotto le sete senza voce senza coraggio.

Solo le stelle non ti prenderanno la luce sopravvive al buio...

Fino alla cascata di giallo passi di conchiglie.

Fili di canne a segnare il sentiero mentre il mare parlava ma non lo si capiva.

Non si comprendevano nemmeno le tracce che il sole aveva posato sulle pareti.

Ne i gabbiani che seguivano altre rotte per il cielo.

Li conobbi i ladri di mare,sembianze di donna,baci di dame,labbra da rubare e conservare. Li ho nascosti tutti i segreti in riva al mare perché nessuno sapesse.

E non li trovai più.

Li rubarono per farne altri segreti.

E i segreti si nascondono perché qualcuno li scopra.

Come le coperte della luna quando è primavera.

Li ho visti campi di gabbiani,

stesi ad aspettare e il sangue scorrere da riva a riva,

spinto dal maestrale.

Ho perso i passi fermi,

ho perso l’orizzonte

un passamano a vuoto tra ali chiuse e il non pensare.

Ho vento tra le dita,

rabbia dentro gli occhi

il Gran Macello,non chiude mai.

 

 

A. Graziano

 

 

 

Ho le mani piene di lacrime che il cielo non ha più posto sembra. E il viso rigato al vetro un graffio di sangue bianco. Buio il pensiero dell'asfalto buie le luci in diagonale. E il viso appiccicato al vuoto la cicatrice gocciolante. Ho mani piene di schegge che il cielo sembra una bottiglia. E il viso rigato al buio un taglio netto al vivere. A. Graziano

Ho svuotato l'assenza scavato sui piani infiniti.

Ogni passo un sorso di vita

Ogni sosta, la tua ricerca.

E questa storia senza tempo siamo noi

oltre il bagliore nella notte dei fulmini erranti.

 

 

Graalf

Perché io Giovanna me la ricordo ancora,me la ricordo bene. Andavamo in biblioteca a studiare.E suonavamo Le Orme. Io la chitarra lei il piano elettrico. E studiavamo Leopardi. Mi innamorai di Leopardi mi innamorai di lei . Anche lei si innamorò di Leopardi e di me. Ma ci vergognavamo. Un sentimento sconosciuto nella razionalità conosciutissimo dai nostri cuori impazziti e il rossore delle nostre gote lo testimonierebbe senza tema di smentite. Passavamo il tempo sui libri per centellinarlo insieme. E se c'erano amici con noi era meglio,potevamo nasconderci dietro i sorrisi e sfiorarci più facilmente. La tenerezza dei fiori appena sbocciati. L'ingenuità del viverci senza sapere come fare. Eravamo la cover di Leopardi e a noi del pessimismo cosmico non ce ne calava affatto. Stavamo bene così. Felici senza saperlo dire. Parlavano gli occhi e le gote. Parlavano Le Orme per noi. E il gruppo di amanti leopardiani aumento'. Poi cominciammo a leggere Prevert. E ci nascondevamo nelle pagine e negli indici. Lì nessuno riusciva a trovarci. Un nascondino allegro e spensierato. Perché io Giovanna me la ricordo ancora,me la ricordo bene. Alle fermate degli autobus mai presi. Sotto gli ombrelli della pioggia complice. Sulle scale della cattedrale. Sulle panchine davanti la Villa. Sui libri ingialliti,nei vinili custoditi e vegliati. Sui manifesti strappati. Perché io Giovanna me la ricordo bene. 

Se rimanesse il profumo delle verbene sarebbe più semplice dirsi poi. Anche se non lo si sentisse cambierebbe poco. Avevo accantonato i giorni negli angoli delle stanze,aperto le finestre per far cambiare aria e chiuse le porte . E quando chiudi le porte sai che è un istante sia che si aprano o si chiudano per sempre. E quando te ne rendi conto lo scenario è un altro. Misi delle monete una sull'altra a formare dei cilindri,delle torri metalliche a guardia del tempo. E mi fermai a guardarle. Come fossero vere. Come se ogni pila fosse il cumulo dei pensieri,cacciati o ripresi. Voli di farfalle notturne e dei tramonti,colorati o bui. Rimasi così. Un chiodo tra le nuvole ben piantato.

Non è la vita che cambia. Cambi tu se sfrutti l'opportunità. Un fiore nasce lo stesso senza sole e muore sempre sotto il sole. Si brucia. Inaridisce. E rinasce. Cambia colore. ...non ricordo altro di quella notte,del buio e delle penombre. Dei grumi di sangue solo qualche traccia scolorita. Nessun profumo ancora. Poco importa. Non è la vita che cambia. Cambi se sfrutti le opportunità . ..." scrivi della malattia cosa ti ha detto". Non ricordo altro se non la serenità delle sofferenze,delle paure sminuzzate,dei pianti liberatori,dei bambini liberi. E delle mamme in lacrime dei padri in lacrime dei figli in lacrime e delle preghiere finte,le preghiere false,le preghiere pregate,le preghiere da inventare. Non è la vita che cambia se non cambi tu. ...le pietre ammucchiate alle finestre. Una per ogni pensiero,una per ogni desiderio. E la valle divenne montagna. Per un segno di croce per una croce stagliata per una croce abbandonata. Non è la vita che cambia se non cambi tu. È un amen mai detto nemmeno pensato,il cielo sul cuore tra un segno e una croce.

Sessantadue fosse.

Ognuna senza nome,solo qualche segno.

Una per ogni anno.

Una per ogni strada.

Quando erano visibili,le strade.

Adesso solo polvere e cumuli.

Non è un cimitero,ci sarebbe pace.

Forse silenzio,ma non lo è.

Ne importa di cosa siano piene.

Forse ossa .

Forse nulla.

Forse lacrime.

Che importa.

Sono 62.

Ognuna,un albero.

Una potatura di vita malferma.

Un raccogliticcio di idee svuotate.

Un vangelo apocrifo da gettare.

Uno per ogni strada.

Uno per ogni segno.

Perchè di nomi da chiamare non c'è rimasto nessuno.

Nemmeno qualcuno che stia li ad ascoltarli....

DOVE O COME

Ho poco buio e poca notte come se il cielo fosse finito.

Poi conto i sassi e ritrovo la casa.

E non importa dove e come.

Il cuore è luce che aspetta.

Negli interstizi dei giorni.

SCRIVONO DI ME

Una grazia innegabile, quella che scaturisce da queste tre poesie, peculiarità della produzione di Alfonso Graziano, una voce diretta, che riporta in vista l’essenza primigenia della Poesia, quella che nasce senza mediazioni da un moto interiore e che giunge al lettore, come eco di quel mondo perduto e a cui sempre anela, quel cuore che oggi sta perdendo terreno e di cui stiamo perdendo le tracce. Un poeta semplicemente vero, senza artifici, anche quando – come si può leggere sul suo sito – attacca la Vita con rabbia, maledicendola per quel che comporta, senza per questo deviare dalla Poesia; poesia altamente lirica, che sembra carezzare il lettore in un generoso gesto di affetto per l’umanità.

 

A. Greco 

 

 

 

sì, questa poesia si regge molto bene in una sorta di “grazioso” equilibrio che la rende molto fruibile, ma nel contempo non cade mai nella trappola dell’ovvio, bravo Graziano!

 

F. Almerighi

https://youtu.be/WTGg3EmOzC8

Oggi ho il piacere di favi conoscere l’ultimo lavoro di Luca. Un grazie immenso per la sua disponibilità

Anche in greco ( grazie Lila Bouzinaki )

 

 

Η αγάπη μου δεν έχει όνομα. Το θυμάσαι. Ακούγεται σαν άπειρη γλυκύτητα στις νύχτες των ψιθυρισμένων σιωπών. Ανάμεσά στ' αχνά φώτα του γαλαξία στο θόρυβο των σελίδων η τις ουρές των γατών στην ένταση του αρώματος στο πέρασμα σου μου θυμίζει ακόμα αυτό το όνομα που πάντα ξεχνώ μπροστά στη θάλασσα. σαν το αλφα απ το αλάτι. Έχει γεύση σαν αεράκι. τ απομεσήμερα λικνίζοντας στο λίκνο της ψυχής κι αδυσώπητη χαϊδεύει τις πηγές φωτός

 

 

 

Il mio amore non ha nome. Il tuo lo ricorda. Suona come dolcezza infinita nelle notti dei silenzi sussurrati. Tra le luci soffuse dei chiaroscuri il fruscio delle pagine e le code dei gatti e l’intensita del profumo al tuo passare mi ricorda ancora quel nome che dimentico sempre davanti il mare. Sa di sale. Sa di brezza. Di dondolii vespertini nella culla delle anime. Di carezze furtive alle sorgenti della luce. 

Trent’anni dopo

L’hai chiamata in quelle torride
sere la pioggia
ed ora è arrivata a scrosciare
sulle strade allagando cantine.
Ti hanno ritrovato quei capelli di lago
sorsi di sorrisi da versare
sulla tazza di petto:
sono tutte belle le donne,
e lo dici – appoggiato
ad una colonna pavese –
deglutendo boccate di fumo
o cavando dal fango ruote impantanate
in un’avida camporella.
Si squaglia il mascara sull’autostrada
e il tuo pezzo di cartone
è ormai buono solo come carta da bagno,
volto da emigrante del ventunesimo secolo.
Trent’anni dopo non puoi non pensare
a quel cuore scoppiato, spappolato fegato
nella cassa schiacciata,
negli istanti fracassati del corsaro
all’Idroscalo di Ostia:
le parole non erano ancora profezie
solo per i ciechi
ogni giorno muore un poeta.

 

 

 

Luca Ariano (Mortara – PV 1979) vive a Parma. Di poesia ha pubblicato: Bagliori crepuscolari nel buio (Cardano 1999), Bitume d’intorno (Edizioni del Bradipo 2005), Contratto a termine(Farepoesia 2010, Qudu 2018) e Tracce nel fango (Ultranovecento, 2011) oltre a testi presenti in antologia. Ha curato Vicino alle nubi sulla montagna crollata (Campanotto 2008) e Pro/Testo (Fara 2009). Nel 2012 per le Edizioni d’If è uscito il poemetto I Resistenti, scritto con Carmine De Falco, tra i vincitori del Premio Russo – Mazzacurati. Collabora a riviste e fa parte di Ultranovecento. Nel 2014 per Prospero Editore ha pubblicato l’e-book La Renault di Aldo Moro con una prefazione di Guido Mattia Gallerani. Nel 2015 per Dot.com.Press-Le Voci della Luna ha dato alle stampe Ero altrove, finalista al Premio Gozzano 2015. Nel 2016 presso la Collana Versante Ripido / LaRecherche.it è uscito l’e-book di Bitume d’intorno con una nota di Enea Roversi. Sue poesie sono tradotte in francese, spagnolo e rumeno.

Suonano tristi le campane

e non è lieto l’annuncio.

È morto Dio e pure l’Uomo.

Solo qualche randagio abbaia alla luna.

 

Flebile la luce in fondo al viale

ed è speranza dura da morire.

È vita tra le macerie stabili.

Dei pianti dei macelli innominabili.

 

Dondola tra le fessure la margherita

ad indicare il bene e il suo contrario.

Nemmeno il più ostinato maestrale

saprà strappare quella strada.

 

Dove finisce il cielo finisce il male.

 

Ti amo e non mi basta questo vivere

non ha sale.

Ti voglio e non mi basta

non ci basta il cielo.

Non bastano parole non bastano silenzi.

Di cosa ancora ha bisogno dio? 

A Pierluigi Cappello ...oggi un anno fa ...la morte è un concetto relativo.

 

 

Quelle voci a rincorrersi i salti pinnati nel lago è vita è morte è vita finita è morte da vivere fino all'ultimo salto, argenteo o plumbeo. Le luci si adombrano. e tu non ci sei più. Adesso mandatelo a dire all'imperatore !

Dalla finestra solo voli.

E viaggi senza tappe.

Caramelle scartate di sogni.

E carte da buttare lontano.

Dalla finestra solo ricordi.

E dimenticanze volute.

Mani in tasca .

E qualche addio.

E potessi baciarti adesso che il mondo dorme e la luna sorride. Potessi saltare tra una riga e un'altra come lancetta o metronomo. E chiamarti tra le note e le bottiglie abbandonate alle correnti. Tra i flutti e le maree di questi desideri, di queste impronte sugli specchi. E dire amore come non si può dire come non si conosce se non dietro le siepi e i vicoli appesi alle scalinate grigie e umide. E chiederti amore a te che sei amore e dirlo ad alta voce un po' come tremare quando si vede il mare per la prima volta. Dischiudere i petali al sole e alla luna come se non fosse strano. Cercarsi tra i labirinti sperando di perdersi e non uscirne più. E ti chiamerò ancora finché avrò respiro.

.Ho messo su la caffettiera,tre tazze che diventano quattro. Preso due tazzine,una per me ed una per te,anche se non ci sei. Borbotta la macchinetta,l'acqua nascosta dentro diventa colorata. E profuma. Il sole profuma. Il sorriso della gente che ho incrociato per strada. E tu sei lontana,oltre,da qualche parte,in modo che non ti veda ma possa solo sentirti. A pelle,nelle parole dei poeti,dei figli,delle figlie,delle foglie che svolazzano a dipingere il grigio. Ho messo sul tavolo la scatola dei biscotti. Quella di latta antica,disegnata di colori,antichi,di ricordi,antichi. E gioco coi biscotti,col sapore di te che non sparisce,e con le domande spontanee. E non mi importa delle risposte. Ho di finito di bere la prima tazzina. Passo alla tua,tanto non ci sei. Sto squadrando il cielo nella cornice della finestra. E conto i tetti schiumosi di nubi, E i rimbalzi dei raggi di vita da tutte le parti. La scatola dei biscotti è vuota ora,luccicante di riflessi di vita che spuntano da oltre... E mentre finisco anche la tua tazzina,meccanica celeste del pensiero,richiudo la finestra ai suoi cortili e verso il resto rimanente del caffè. La scatola di latta ,le tre tazzine colorate,la caffettiera abbandonata a se stessa,la schiuma dei pensieri sopra i tetti,tutto rigorosamente nel disordine più ordinato..... Un pensiero a te Uno a me Un biscotto a te Uno a me Un raggio per te Il tuo sorriso per me.

 

 

Graalf@11/12/13

Dove finisce il cielo?

E Dio dov’è?

Quanta acqua c’è nel mare?

E dove si nasconde il buio?

Cosa vedi quando chiudi gli occhi?

E le nuvole perché corrono?

Sono geografie da scoprire dietro le rincorse .

Le sinapsi dei non so più e dei potrebbe.

Linee di mani chiuse da riaprire prima possibile.

Prima del prossimo rosso verticale o disteso.

Prima che il buio cancelli ogni rigo.

Come comincia il buio?

E dove finisce il giorno?

Ma Dio che fa ?

O è andato via ?

E le nuvole quando si fermano dove stanno?

Sono storie accartocciate dentro gli armadi.

Le sinapsi dei vorrei non posso magari.

Le ante degli scuri che scricchiolano ancora

prima che l’ultimo scheletro vada via

prima che venga scoperto vivo.

Se tu avessi il profumo del grano che matura capiresti il senso dell'assenza. Mi manchi come il verde sulle labbra quando è sera. E il rosso che sgocciola all'orizzonte è il mordersi le labbra di nascosto.

 

 

Alfonso Graziano,

 

 

 da "Ti dico ora come ho smesso di morire". ( Di Felice 2017 )

Morivano ad est gli uccelli Mentre qui danzavano gabbiani solitari. Morivano con le note lente di un addio. E gli addì non muoiono mai. Morivano gli urli strozzati dei pianti. Nelle gole aperte a un sole freddo ormai. E il freddo brucia più del sole. E gli urli muoiono in gola. 

I poeti si riconoscono dalle tempie grigie e il cuore rosso.

Dalla luce in fondo agli occhi mentre tremano la voce.

Timida carezza dell’anima quando volgono lo sguardo dentro.

A rovistare nei cassonetti nascosti dai sorrisi lucidi.

Luccicanti e maleodoranti.

Maniche su a cercare nel fango quotidiano.

Maniche giù a nascondere le ferite del tempo .

E li riconosci quando vanno via con le mani dietro la schiena.

A mantenersi il busto prima di cadere nei silenzi amici.

 

Il mio amore non ha nome.

Il tuo  lo ricorda.

Suona come dolcezza infinita

nelle notti dei silenzi sussurrati.

Tra le luci soffuse dei chiaroscuri

il fruscio delle pagine e le code dei gatti

e l’intensita del profumo

al tuo passare 

mi ricorda ancora quel nome

che dimentico sempre davanti il mare.

Sa di sale.

Sa di brezza.

Di dondolii vespertini nella culla delle anime.

Di carezze furtive alle sorgenti della luce.

 

 

 

MALEDIZIONE SIA

Questo mondo non merita di esistere.

La blasfemia corrompe fin dentro le viscere.

Succhiano sanguisughe di veste umana fin oltre i midolli di vittime ignare.

E fino a quando scivolerà il sangue del nostro futuro .

Maledizione sia...

Vi maledico tutti.

Bastardi codardi che in nome di un dio osate macchiare il cielo di rosso!

Piangano i vostri figli per le vostre colpe e vivano a lungo per redimere voi

siate le lacrime

siate il dolore di chi troppo tardi capì dell'orrore.

E quando sarà rimasta l'ultima stilla di schiuma che un dio benevolo vi renda perdono. Magari lo stesso dio che un giorno infausto osaste sporcare...

 

 

 

graalf@22 sett 2013

Poi verrà il tempo delle parole mute dei presentimenti inutili e della paura di domandarsi ancora. Sarà una preghiera antica una salmodia inedita la parola scritta sui venti antichi. Come un flebile respiro trattenuto tra le labbra bianche...

Ci bastava poco. Ma quando il rossore si impossessava del cielo eravamo felici.

Quasi bambini diventavamo. E disegnare i contorni a memoria un esercizio semplice semplice.

Ci bastava anche di meno. Quando il buio si faceva mantello ai nostri abbracci forti e teneri.

Tornavamo ragazzi . E le fotografie scattate di nascosto ora sono in qualche album da ritrovare. 

Ciao Tiziana

Non riesco a ricordare momenti tristi a parte quello di stamattina prima  dell’ultimo saluto canonico,la chiusura del sarcofago. Poi la messa. Ed io invece trattenevo i sorrisi perché affioravano ricordi non previsti.

Ho visto tante lacrime,di ogni genere e natura e giuro che io non ne ho  cacciata neanche una. Non riesco. Non le meriti le lacrime ma gioia.

Troppa sofferenza, ora basta. Da defunta che te ne fai delle lacrime.

Io rido alla tua salute e alla nostra. A quella di Mimmo e di Dario e company.

Abbiamo riso ricordando e scacciato ogni tristezza.

lo sappiamo bene che la tristezza quaggiù resterà per un po’.

Ma se penso che sei nella cremeria ora penso che durerà ben poco.

Ho odiato sorella morte in questi giorni. Ho capito che tu non la stai odiando.

Anzi. Nessun masochismo ma sicuramente la serenità perduta ora è con te.

Un po meno con noi.

Ti vogliono bene.  

I tuoi ex alunni erano a farti da scorta. Teneri e buffi.

Qualcuno maldestro e disperato ma anche tanti adulti maldestri e disperati.

Sbagliando. Gli adulti sbagliano e in fondo sanno di sbagliare.

I ragazzi no . 

Ora rimane il silenzio dopo la pioggia incessante.

Dopo la semina i raccolti saranno buoni.

Ciao Tiziana

 

Riesco ancora a camminarci sotto la pioggia. Una ferita aperta dai tempi lontani che non si rimargina mai. Avevo piacere e divertimento nel guardare il cielo piangente. E rimanere col naso appiccicato al vetro mentre scivolavano le lacrime del cielo dall’altra parte era uno spettacolo immenso ma non identico allo schiantarsi contro le pozzanghere in salti improbabili.

Erano sfide al mondo intero. Guerre guerreggiate contro i fantasmi. E poi dimenticate per tempi immemorabili. Fino alla prossima malinconia,pensavo.

Arrivava puntuale a segarti le mani come a causa di cordini tesi per bene.

Si rimaneva con i palmi sanguinanti tagliati sottilmente come quando sfiori la pagina di un libro velocemente.

E non ci si accorge mai in tempo utile. Un impercettibile dolore che sfugge come una serpe sotto i piedi pesanti.

Guardarla oggi ha un sapore diverso. 

Che preferisco non assaggiare...

Io e la morte siamo vicini. Molto vicini. Lei è timida e non ha il coraggio di venire da me. Va dai i miei cari i miei amici. Non è coraggiosa. Teme la mia reazione. Ed ha ragione. Io sono qui. Se hai coraggio !

Per sciogliere i nodi della memoria ci vuole poco.

Un soffio di maestrale che si tossisce cupo e volano le carte.

Raccoglierle è atto di coraggio o colpo d’incoscienza.

” Svuota la bottiglia che questo vino non è buono ... “

 

Oggi dovrei essere altrove. Posso scrivere piu forte e chiedere aiuto al mare. Potrei non farlo piu. Ci penserà lui. Prima te lo dirò. Lo lascerò detto. Al vento o al silenzio. Lo serberanno stretto.

In questa giungla di muri

dove i colori si perdono 

manca un prato di mani.

 

Un pezzo di mare

ce l’hai nascosto 

nel cuore.

Nella gola

tracce di cielo

sorridente.

 

 

Dovrebbero essere sempre altrove i cuori balbettanti.

 

 

 

 

https://internopoesia.com/2018/09/14/Guido-ceronetti

 

Esili giorni dell’oscurità
E il disastro degli esseri attraente
Della carne estenuata l’eco e il timbro
Tra le rovine sue risuscitando

Che una poesia di amante li raccolga
Lettrice dei bei segni desolati
Quanti ne fai coltello del miracolo
Dei contatti infiniti tra miserie

Da gola rotta esce la pietà
E scruta le macerie fulminate
Della luce negli occhi delicati
E il suo tormento tra le mani cieche

Le troppe mani che in solitudini
Parricide incarnate trepidano
E i visi enormi d’uomo e di materia
Sfigurata che vivono nell’uomo

Che una poesia capace li raccolga
Sulla lingua della sua lacrima

 

Sono fragile sparo poesia (Einaudi, 2012)

Avevamo il tempo senza conoscerne il peso. E i sogni da addestrare. Ora ho il tuo sguardo fiero e dolce. E l'orologio senza lancette . Dicevi di occhi lucidi ed io li rivedo . Portano il tempo,il ritmo. Goccia a goccia stillano profumo. E sulle labbra parole rinsecchite. Avevamo il tempo per pesarne la sostanza. E i sogni ammaestrati. Ora ho le mani insanguinate. E per chiodi  le lancette.

 

 

A. Graziano

Oggi sono morto due volte

o forse più.

Una per il suo addio.

L’altra per il vuoto immenso.

E il buio sembra un abbraccio intenso.

Oggi è un giorno da celebrare.

Per ciò che rimane della vita,

cin cin.

Sei in aeroporto ad aspettarmi come se fossi l’ultimo aereo della sera.

Seduta lì a chiederti del perché mentre l’imbrunire rende lucida la baia.

Luccica il castello di biancori inattesi a due passi dai tuoi sentieri.

E il mare placido fa finta di nulla e rende sereno il quadro senza cornice.

La metteremo poi e l’appenderemo da qualche parte o su qualche nuvola.

Il quadro o la pelle dei baci rubati e nascosti agli occhi indiscreti.

 

 

graalf

Mi ero ammalato senza rendermene conto.

Forse un problema al cuore. 

O allo stomaco.

Senza risposte le domande. Stavo male e me ne rendevo conto.

Ogni giorno di più. Lentamente e inesorabilmente.

Stavo male e non capivo perché.

Tachicardia e aritmie ,brachicardie,l’impossibile insieme.

Gastrite ulcera o che?

 

A volte stavo meglio . Mi sembrava di riprendere a respirare meglio. A pieni polmoni come quando sei in riva al mare e ti godi l’aria buona.

Altre mi prendevano invece delle fitte violente o alla bocca dello stomaco o alla pancia. Proprio come quando mangi un gelato in fretta per l’ingordigia.

 

Nessun medico è riuscito a risolvere il problema.

Sola una coincidenza mi fa intuire la possibile soluzione.

Ogni volta che sto bene e mi sembra di essere guarito ci sei tu di mezzo,amore mio...

 

L’ultima creatura di Angela Greco

Oltre il bianco (inedito di Angela Greco)

 

 

Voglio avere ogni giorno l’età esatta

corrispondente a giorno mese anno

senza altro sforzo, senza aggiungere 

null’altro e nemmeno senza togliere

persone fatti ricordi in quest’ordine.

Voglio abbracciare i tuoi occhi verdi,

le tue mani creatrici e anche la pietra

senza altro sforzo, senza aggiungere

null’altro, nemmeno una parola di meno

rispetto al tuo silenzio e alla mia logorrea.

 

Continuo a chiedere scusa per questo cuore,

affaccendato a vivere, stanco di ragionare.

Adesso che metterò da parte anche i segni

sei sicuro che riuscirai a comprendermi? 

Appartengo ad una clessidra che fatica

granello dopo granello, perché non si perda

il rimpiantissimo momento fuggente. E, tu?

Il prezzo dei loculi e tutto il bianco del cimitero 

nuovo, non corrispondono al rispetto dovuto;

diventammo civili con il culto dei morti, ma oggi?

 

Ti direi «abbracciami», ma non ti corrisponde

e hai sempre troppe domande in agguato.

Un altro anno sta passando e «se proprio devo 

innamorarmi di qualcuno» sicuramente sarà di te.

Scrivimi, quando arrivi a destinazione.

Scrivimi la destinazione.

Scrivimi.

 

Vi darò notizie di uscite di lavori di miei amici e non. Anzi se vorrete collaborare ne sarò lieto. Proviamo a far crescere la poesia soprattutto ma tutte le lettere in generale. Insomma interattività ma senza pesantezza.

Primo contributo di Carmen Gasparotto . Di Carmen leggerete una piccola nota bio subito dopo. Ora gustatevi il mini racconto.

 

 

 

 

 

Partenza

 

Carmen Gasparotto

 

 

Sfilo la cintura, tolgo l'orologio e i braccialetti e metto tutto nella vaschetta insieme al cellulare. Passo sotto al metal detector che suona lo stesso. L'addetta alla sicurezza, mentre mi scandaglia con l'apparecchio manuale, chiede se ho il reggiseno con i ferretti. Non ricordo. Controllo tastando fugacemente con le dita come chi ha paura di essere sorpreso in un gesto sconveniente e dico di no, nessun ferretto. Mi passa lo strumento sopra la testa e mi dice di togliermi il fermaglio. I capelli scivolano sulle spalle. Lo controlla e lo gira fra le mani avviluppate in guanti di lattice azzurro. E' un turbinio di cristalli, un riverbero di colori, il brillio di uno dei tuoi regali di ritorno da Ankara. Lo scintillio di una luce che non sarebbe stata più. 

Mi prende sempre un senso di malinconia quando sono in un aeroporto, in una stazione, in un porto. Non sono mai felice quando qualcuno parte. C'è sempre il presagio di una perdita dietro a ogni partenza.

Il volo è in orario, un'ora e sarò a Trieste. 

Quando tu tornavi, invece, mi prendeva l'impulso dell'attesa, lo stupore di vederti spuntare all'uscita degli arrivi, la bellezza della tua stanchezza. Provo a scriverlo. 

Provo ancora a riviverlo.

Scrivo di ricordi che mi segnano dentro tutto il corpo, di quello che è stato e di quello che avrei voluto.

Scrivo di un tempo che non è fatto di ore, di mesi, di anni. Il tempo di una vita è fatto del cuore che impazza, della tua dolcezza smaniante sulle labbra, della rabbia che svanisce, della disperazione che mi attanaglia al vuoto.

Il tempo è fatto di misteri indecifrati, di un viaggio in mongolfiera sopra le valli della Cappadocia, di un tramonto ancora caldo sul molo Audace. Di una bellezza che esplode. 

Allora ti scrivo dell'orgoglio di averti avuto. 

Incitavi la squadra con la forza di un grande condottiero. La pallacanestro era la tua passione. Incitavi e amavi in una maniera che ancora mi stordisce.

Non ti piacevano i dopo partita negli studi televisivi. Non ti piacevano le luci, il frastuono.

Allora ti scrivo. Ti scrivo il ricordo di quando ti intervistai la prima volta per il Quotidiano sportivo. Ero tesa e avevo le guance calde. Ci incontrammo in una sconosciuta e buia osteria nella parte vecchia della città. Nessuno ti riconobbe. Nessuno riconobbe l'allenatore. Bevemmo Malvasia e vinsi l'imbarazzo della tua fascinazione.

 

Imbarchiamo. Il bagaglio a mano nella cappelliera. Prima tolgo un libro che non leggerò, e nella tasca esterna sfioro le babbucce in lana grezza comperate negoziando al Gran Bazar. Potrei fare del bagaglio un gran falò, le babbucce le terrei sotto teca.

 

Dicono che per scrivere l'amore bisogna che ogni cosa diventi lontananza, assenza, distanza.

Dicono che l'amore sia una nebbia che scompare all'apparire della realtà.

Non ho avuto il tempo per fare i conti con la nostra realtà e se è come dicono, allora dico che l'amore è realtà per sempre.

Allacciare la cintura non servirà a proteggermi dai ricordi. Ti scrivo ancora, e ancora.

Ti scrivo mentre ti ascolto parlare davanti al camino in una sera d'autunno. “No shoes, no news!”dicevi, prima di stenderti sull'antico tappeto anatolico. Mi raccontasti delle cupole di Istanbul immobili come testuggini, di tua madre, del suo amore per la musica e per l'Italia, del tuo rammarico per non aver fatto in tempo ad accompagnarla a La Fenice, uno dei suoi ultimi desideri. Ti parlai di me. Poco. Mi baciasti la bocca e il corpo lasciandomi tracce incancellabili. 

Con l'antico tappeto arrotolato sulla spalla suonasti in un imbrunire a casa mia. Ti accolsi sull'uscio a piedi nudi. Abita qui Alice? Eri un'immagine buffa, un po' infantile, io pensavo che non saresti mai invecchiato.

È per te. Apparteneva alla famiglia di mia nonna.

Facemmo l'amore ai richiami dei muezzin e di quelli delle urla dei traghetti sul Bosforo. Il tuo corpo, scolpito nell'avorio, aveva l'odore delle spezie esposte nei bazar, le tue carezze la leggerezza della seta di Bursa. Mi scendesti in profondità, come una radice. Sfogliavi i miei respiri. Mi richiamavi in volo.

Quella sera cenammo sul tappeto come pastori di una tribù caucasica.

Mi vogliono ad Ankara, tu che dici?

In realtà avevi già deciso. A fine campionato avresti allenato la nazionale turca.

Nel vuoto che lasciasti l'antico tappeto mi avrebbe accolto come un tempio nel tempo del digiuno.

Scrivo ancora.

Ti scrivo di come abbia appoggiato la tua scelta, di come ti abbia incoraggiato, sostenuto, pronosticato successi. Dentro strozzavo la tristezza.

Mi raggiungerai, ti raggiungerò.

Ti accompagnai all'aeroporto, era il primo incontro con la Federazione. Ci baciammo a lungo. Mi facesti le faccette incrociando gli occhi sul naso. Con quella borsa a tracolla eri come un bambino pronto per la scuola. Tu devi andare adesso, te lo ordina il Bianconiglio.

Di quello che accadde poi faccio fatica a scrivere, a narrare.

Il grande camion perse il controllo e saltò la corsia.

Mi si fece buio dentro. Buio e freddo. Un freddo esteso. Un buio senza proporzione.

Mi sono stretta fra le braccia per restare in piedi. Per stare in piedi e aspettare il pianto. Il pianto o il grido.

La temperatura è di ventiquattro gradi, il cielo è sereno. Atterriamo in orario.

Quanto tempo è per sempre, Bianconiglio? 

A volte un solo secondo.

 

 

Inizia questa nuova avventura. L’ idea è razionalizzare il gran caos nelle parole che mi hanno fatto compagnia fino ad oggi. Magari lo facciamo insieme

11/09/2018

Non posso scrivere

descrivere 

sottolineare.

Non uso mezze parole

mezze frasi

senza sintassi.

Non posso stare muto

urlare

neppure celiare.

Ti ho vista seduta sul muretto dei pensieri tristi.

Mentre il favonio si beveva il tempo assorto.

Parlavi al silenzio senza risposte.

Falciavi la tristezza a mano nuda.

Affastellare fili di paglia fu presagio di tempi nascosti.

Non posso leggere

spiare

disegnare.

Non posso stare fermo

ingoiare 

neppure sputare.

Anche il favonio 

si nasconde dietro le colonne bianche...

Fotografia di Concetta Labella