Avrei voluto scrivere d’amore.

Poi mi hai scritto tu.

E non so più cosa pensare.

Credo nell’amore ma lo violentano,ogni minuto,ogni istante,ogni attimo.

Mentre sboccia un fiore scotennano te e lei e lei e lei e lei.

Strappano i capelli come se fossero foglie come se fossero squame come se fossero carte

e scuoiano le loro teste e quelle bionde e quelle rosse e quelle brune

e ridono ridono ridono,iene e sciacalli in uniforme dorata.

E sventolano bandiere,tintinnano medaglie e le appuntano sulla carne.

Quella chiara,quella scura,quella pallida,impaurita come lei come tutte loro.

E sgocciolano i loro stivali schifosi sui prati belli.

Che erano verdi ed ora rossi,ora di fango ora di fogna perché non riesco ad usare parole più forti.

Volevi scrivermi d’amore,volevo farlo anch’io.

Eppure il vento soffia ancora e il profumo dei tuoi glicini arriva fino a qui...

Lo so che sei per strada,seduta in macchina,aspettando che il semaforo dia il via... Giocherellando con la solita ciocca di capelli tra le dita a dirti " si ci sono ancora,cavolo che ci sono"...

...quando sarai giunta a destinazione chiediti perché,come mai,ti sono accanto e non mi vedi... 

Ci vuole il tempo

il tempo per

il tempo di

ci vuole sempre qualcosa

che non sai mai

il tempo del nascere e del morire

l’aurora chiara e il tramonto rosso

l’acqua e il fuoco

e il bacio e l’addio

la stretta e il cuore

la fitta e il dolore.

Ci vuole un tempo.

Per fare tutte queste cose

per riordinare i sogni e richiudere i cassetti.

Rifare i letti disfatti e gli armadi pieni

di sigarette spente e fumo negli stipiti

cenere di brace cenere di luce

e voce roca di urla strozzate.

Ci vuole tempo e prima o poi basterà...

Sapevo che mi aspettavi sul viale dei tigli con le mani grondanti di fiori.

Una piccola giostra di fine stagione la ruota della tua gonna.

Era cielo e fortuna nelle pieghe svelate.

 

...la panchina sgangherata è sempre lì. Mancano i tigli. E altro.

Tante volte siamo morti. Ce lo siamo già detti. Ogni volta davanti al mare e sotto il suo cielo. Siamo morti uno dentro l’altra senza dirci parole inutili. Uno sguardo unico verso la luce . E lo siamo stati serenamente. Occhi negli occhi. Fiato su fiato. E quella luce mai forte mai accecante. Con il profumo sul tuo collo, di mare e verde. E sulle mani dolcezza infinita. Ogni volta rinascere è stato come morire per sempre. Una partita a carte senza rilancio e con un bluff fuori misura.

È strano scriverle ora queste cose. Strano sotto questa pioggia violenta che vorrebbe slavare tutto e non ci riesce. È strano scriverle mentre siamo talmente distanti da non accorgerci di essere spalla a spalla, credendoci altrove. Ma il mare è sempre lui ad accoglierci,lo stesso imbronciato di allora,di sempre . Lo stesso abbraccio accogliente di allora e di poi. E morirsi ancora una volta è più piacevole di sempre. Una sorta di rinascita silenziosa . Con il vento a farci compagnia. Ancora.

Tante volte siamo morti. Ce lo siamo già detti. Ogni volta davanti al mare e sotto il suo cielo...

Per ogni bicchiere salvo

un tuo sorriso in bilico

tra i vetri e le schegge

di stelle e di brindisi da fare

ancora.

Sgocciola la canna che fu di acqua

e il sale ormai la soffoca

per ogni scheggia luccicante

tra i cieli scuri e le lanterne vive

ancora.

Per ogni altra parola

ti lascio un bacio dietro il vetro

e il vento sciroccale settembrino

a stringersi in abbracci forti e teneri

ancora.

A guardarti negli occhi ci si perde.

Ed è un dolce vagare.

Tra il tuo profumo e quello del cielo .

E mancano le parole.

Ammutolite labbra.

Di pioggia e resina e silenzi.

Il canto dei gabbiani è un canto d’amore o un pianto disperato.

Il corteggiarsi fino a sfinirsi e la rabbia di chi non può.

A volte planarsi è un moto di sollievo o di ripudio antico.

E non c’è molta differenza tra il vivere e il lasciarsi andare.

Oggi è il giorno delle cose non dette

dei silenzi distratti

delle mani strette

e dei colori astratti.

Dei passi pensierosi

quei voli radenti

sorrisi irriverenti

nei volti ormai in necrosi.

Oggi è il giorno del perdersi

per ritrovarsi

tra le anime e le onde

la sinfonia del viversi...

tra morte e morti

Certi maestrali durano di più dei tre giorni canonici.

Sembra che il vento rimanga posseduto .

E certi esorcismi sono inefficaci.

Ho visto pini inginocchiati. E non ho mai capito chi avessero pregato.

Altri sono scompigliati,talmente scompigliati che non osano guardarsi tra di loro. Si spaventerebbero.

E quelli sono i giorni che ti lasciano inchiodato.

Ai pensieri. Ai ricordi. Ai chissà. Ai perché.

Ti lasciano perplesso e talvolta spaventato.

Sono quei giorni al galoppo,frenetici ,senza freno e senza ritegno.

Ti sbattono nell’angolo.

E tu ci devi stare per forza,non hai altre vie per fuggire e se anche riuscissi...

il maestrale ti disarcionerebbe.

Sono schiaffi non voluti. E neanche carezze richieste.

Arrivano e quando vanno via non te ne accorgi.

Persino il mare sembra impotente...

Era per te il mare.

Per i tuoi occhi e per le tue labbra pronte.

Per il cielo.

Per i miei occhi assorti e queste mani.

Erano per noi.

Per i nostri passi silenziosi/ sotto la rete dei pensieri.

Per i nostri baci timorosi/ sotto la luna delle maree.

Prima che il vento ci prendesse ...

Il mare lo sa.

Mente dicendo il contrario.

Lo sa del sangue disperso.

Agli incroci delle correnti.

Lo sa e finge bellezza.

Sinuosa e plastica.

Ma sotto la gonna è terra bruciata.

Lo sanno persino i pesci impazziti e ubriachi di pena

nelle mattanze usuali di lucida mente malvagia.

È l’ora rossa del cielo accogliente tra braccia aperte e parole da dire .

Del profumo di muschio e paglia di “ ristoppie” luccicanti le colline si stringono nelle gonne di lino.

E danzano al cicaleccio sfinito nei campi che furono grano nelle aie soffocanti di latrati e stridore di unghie sulle pietre bollenti ancora.

Le campane di bronzo si confondono con la latta dei secchi.

Dondola sul pozzo la civetta impenitente...

Ora che è notte al fiore poco rimane.

L’aria bagnata di pioggia di arcobaleni racchiusi.

Di quello sguardo nascosto

il profumo della vita viva.

Cullarsi tra le nuvole e le carezze lievi

ora è molto di più di un campo di grano maturo.